La nascita della leggenda
Teoderico da Verona è la trasfigurazione eroico-leggendaria del re ostrogoto Teoderico il Grande (ca. 453/454–526 d.C.), di cui quest’anno ricorre il millecinquecentesimo anniversario della sua morte. Nelle parole di Joachim Heinzle (1999, p. 1), Teoderico appartiene a un’imponente tradizione di materiali narrativi dell’Europa centrale e nord-occidentale e costituisce uno dei complessi tematici più importanti della poesia eroica di matrice germanica. Nonostante la capitale del regno ostrogoto di Teoderico il Grande fosse Ravenna, città conquistata dai Goti nel 493, nella leggenda al nome di Teoderico viene associato il toponimo di ‘Verona’, in alto-tedesco medio Bern, da cui Dietrich von Bern e, nella variante antico-nordica, Þiðrekr af Bern. Intorno alle ragioni di questa associazione sono state avanzate diverse ipotesi: a Verona Teoderico ottenne una delle vittorie decisive contro le truppe di Odoacre nel 489 e, anche dopo il suo insediamento a Ravenna, la città continuò a essere una sede prediletta per il re. Lo dimostra il suo impegno nella promozione di interventi urbanistici e architettonici, fra cui la costruzione di mura e di un palazzo regio non conservato, collocabile probabilmente nell’area in cui oggi sorge Castel San Pietro.
Una delle tracce culturali più significative della presenza ostrogota a Verona è costituita dai cosiddetti Gotica veronensia. A margine di un codice miscellaneo latino risalente alla fine del V o all’inizio del VI secolo, conservato nella Biblioteca Capitolare di Verona (Cod. Ver. LI [49]), si trovano diverse annotazioni in lingua e alfabeto gotico (cfr. Falluomini 2018; Zironi 2009). Il manoscritto testimonia l’attività esegetica del clero ostrogoto, che aveva abbracciato la religione cristiana secondo la dottrina ariana. L’arianesimo fu dichiarato eresia durante il Concilio di Nicea (325), ma continuò a essere diffuso tra i Goti, che riuscirono a convertire diverse popolazioni germaniche.
La religione dei Goti fu una delle ragioni del declino del regno negli ultimi anni di governo di Teoderico, più precisamente a partire dal momento in cui l’imperatore Giustino I (450–527) avviò una serie di azioni persecutorie contro il clero ariano. Nel tentativo di risolvere questa crisi, Teoderico inviò a Costantinopoli papa Giovanni I perché potesse intercedere presso l’imperatore a favore dei Goti, ma la missione fallì e, secondo alcune fonti, il pontefice fu incarcerato e morì di stenti. Nel frattempo, anche i senatori Boezio e Simmaco furono accusati di alto tradimento, incarcerati e giustiziati per volere del re. Nel 526, a Ravenna, morì Teoderico e, con lui, la cultura gota conobbe un progressivo e inesorabile declino. Nel 568, dopo la guerra gotica (535–553), che consentì a Costantinopoli di riprendere il controllo della penisola, giunsero i Longobardi. La loro presenza assume un valore significativo, poiché si trattava della prima popolazione germanica, dopo gli Ostrogoti, a insediarsi in Italia. È plausibile, allora, che abbiano raccolto, almeno in parte, la memoria culturale dei loro predecessori ed è lecito pensare che siano stati proprio loro ad associare al re goto il toponimo veronese e a contribuire alla diffusione della leggenda di Teoderico oltralpe.
Nella ricezione successiva di Teoderico si delineano due filoni principali. Negli ambienti della propaganda cattolica, il re goto è ritratto come eretico e tiranno: l’immagine si sedimenta nella letteratura clericale e storiografica e raggiunge il suo apice nei Dialogi di Gregorio Magno (593–594), in cui si racconta che Simmaco e papa Giovanni avrebbero precipitato Teoderico nella bocca di un vulcano nei pressi di Lipari. La ricezione cattolica risente della situazione politico-religiosa degli ultimi anni del regno, poiché Teoderico era ritenuto responsabile della morte del papa e dei senatori. In carcere a Pavia, Boezio compose la Consolatio Philosophiae, opera destinata a esercitare un’influenza profonda sul pensiero occidentale, in cui la Filosofia, nei panni di una dama austera, eleva l’animo del filosofo dalla tragedia contingente e lo riconduce all’essenza delle cose attraverso l’esercizio del pensiero. L’opera ebbe ampia circolazione nella tradizione latina e fu presto tradotta anche nei volgari germanici: in antico alto-tedesco da Notker III di San Gallo (ca. 1000, ed. Tax 1986) e nell’Inghilterra anglosassone in una versione volgare attribuita ad Alfredo del Wessex (IX sec., ed. Irvine & Godden 2012). I prologhi di queste traduzioni registrano parte della storia dei Goti e descrivono Teoderico come un re eretico e persecutore dei cristiani.
In contrasto con questa visione negativa, altre fonti ricordano gli anni positivi del governo ostrogoto e l’impegno del re nell’ambito urbanistico ed edilizio. Agnello Ravennate (IX sec.) riferisce che Carlo Magno avrebbe fatto traslare una statua equestre di Teoderico da Ravenna alla sua corte di Aquisgrana: un episodio che testimonia la popolarità di Teoderico come modello di sovrano germanico fino all’età carolingia. La presunta esistenza del monumento trova un’eco precoce nel mondo germanico settentrionale, come mostra l’iscrizione runica sulla Pietra di Rök (Svezia, IX sec.), dove il re è raffigurato come un guerriero valoroso in groppa a un cavallo.
Più tardi, nei testi cronachistici di area germanica, la leggenda teodericiana viene spesso assimilata a materiale storico oppure respinta come menzogna. Entrambe le operazioni si riscontrano nella celebre Kaiserchronik (ca. 1150; Cometta 1991), primo esempio di storiografia letteraria in lingua tedesca, che riporta la vita leggendaria del re goto. In questo testo, l’anonimo cronachista tenta di adeguare la cronologia della leggenda alla verità storica, ossia a quanto è riportato nei libri autorevoli.
Teoderico e la tradizione eroica germanica
Nella tradizione eroica germanica, Teoderico compare molto presto in testi fondativi: si pensi, ad esempio, al Carme di Ildebrando (Hildebrandslied, ed. e trad. it. Zironi 2019), copiato a Fulda nei primi decenni del IX secolo a margine di un manoscritto latino di contenuto teologico. Si tratta della più antica testimonianza di poesia eroica tedesca e di una delle più antiche nell’intero ambito linguistico-culturale germanico. Il carme narra lo scontro tra il vecchio Ildebrando, fedele compagno d’armi di Teoderico, e Adubrando, giovane guerriero schierato nell’esercito di Odoacre. Nel giovane, l’anziano guerriero riconosce il proprio figlio, che trent’anni prima aveva dovuto abbandonare per seguire Teoderico in fuga dal nemico Odoacre. Il testo trasmette in nuce alcuni elementi salienti della futura leggenda teodericiana, elaborati attraverso processi di sincronizzazione, semplificazione e personalizzazione (Haymes & Samples 1996). Teoderico diventa così un re costretto a un lungo esilio dopo che un nemico ha usurpato il suo regno. L’avversario storico, ancora presente nel carme, verrà successivamente sostituito da Ermanarico, re barbaro morto nel 376, che, nella leggenda, assume il ruolo di zio crudele dell’eroe, trasformando il conflitto politico in una contesa familiare di diritto ereditario e di usurpazione. Si evince inoltre dal carme che Teoderico e Ildebrando trovano rifugio presso Attila: nonostante fosse morto negli stessi anni in cui nasceva Teoderico, l’associazione tra il re unno e il re goto è un elemento stabile della leggenda e riflette l’eco di un’antica alleanza tra i due popoli e la visione positiva di cui Attila godeva in ambito germanico. Per questi motivi, nella letteratura successiva egli è spesso raffigurato come un re magnanimo e un fedele alleato di Teoderico, che gli presta assistenza nei tentativi di riconquistare il regno di Verona.
Come si osserva fin dagli albori della leggenda, la tradizione teodericiana conosce i suoi sviluppi principali in area tedesca e nordica. Teoderico ha un ruolo rilevante nella seconda parte del Canto dei Nibelunghi (Nibelungenlied, cfr. Bertagnolli 2020), dove compare alla corte di Attila insieme a Ildebrando. Nel Nibelungenlied la rappresentazione di Teoderico ha dato adito a interpretazioni spesso contrastanti, ma la lettura più convincente è quella di un re avveduto e sofferente, restio al combattimento fine a sé stesso e incline alla diplomazia, sempre attento a salvaguardare la vita dei suoi uomini. Le vicende che lo riguardano – ossia l’esilio e la fuga – sono solo alluse, segno del fatto che il pubblico doveva conoscerle almeno attraverso la tradizione orale.
Nella tradizione nordica, oltre a richiami a Teoderico presenti in alcuni carmi dell’Edda poetica, l’eroe diventa il protagonista della saga norvegese di Teoderico da Verona (Þiðreks saga af Bern, ca. 1250, trad. it. Szőke 2022), una testimonianza unica, poiché si tratta della biografia completa dell’eroe, che inizia con la storia dei suoi antenati e, attraversando un vasto repertorio di narrazioni eroiche di matrice germanica, giunge fino alla fine della vita di Teoderico. L’origine della saga riporta all’ambiente mercantile di Bergen (Norvegia) e a tradizioni diffuse a partire dall’area basso-tedesca attraverso le vie della Lega anseatica. Nell’epilogo del testo è inserito l’episodio della cosiddetta cavalcata infernale, che combina la leggenda gregoriana sulla dannazione del re goto con il motivo folclorico della ‘caccia infernale’: l’eroe, ormai vecchio, nel tentativo di inseguire un cervo meraviglioso, esce dai bagni e balza su un cavallo nero, che si rivela essere il demonio. L’eroe non riesce a fermare la bestia diabolica e, prima di scomparire nel nulla, invoca la pietà di Gesù e della Vergine Maria, che sembrano avere compassione. L’episodio corrisponde in parte ai bassorilievi scolpiti sulla facciata della basilica di San Zeno a Verona (XII sec.) e a un passo delle Ystorie Imperiales di Giovanni Mansionario (XIV sec.), un’opera storiografica monumentale sorta in ambito veronese.
L’apice della ricezione teodericiana si raggiunge però in area tedesca nella cosiddetta Dietrichepik: si tratta di un corpus molto ampio di testi messi per iscritto a partire dal XIII secolo e dedicati alle imprese di Teoderico e dei suoi compagni. Sono opere che godono di una lunghissima tradizione testuale, caratterizzata dalla presenza di svariate versioni e redazioni dello stesso testo, nonché da una ricca tradizione manoscritta e a stampa. Accanto a un gruppo di opere a sfondo storico (historische Dietrichepik), come la Rabenschlacht o la Dietrichs Flucht, incentrate sui tentativi fallimentari di riconquista del regno, si trovano numerosi testi di matrice fabulistica (la âventiurehafte Dietrichepik), come il Laurin (ed. e trad. italiana Benati 2007) o il Rosengarten zu Worms. Nell’epica fabulistica l’eroe, nelle vesti di cavaliere cortese, combatte insieme ai suoi guerrieri contro nani, giganti e draghi (Kragl 2013). La ricezione della leggenda prosegue in epoca post-medievale grazie alla diffusione degli Heldenbücher (XIV–XVI sec.) e a successive rielaborazioni nel genere delle ballate e del teatro, con propaggini che si estendono nell’area linguistico-culturale basso-tedesca e yiddish.
La riscoperta dei testi della tradizione teodericiana in epoca moderna produce interessanti fenomeni di riadattamento, come nel caso della Leggenda di Teoderico di Giosuè Carducci (1887, Rime Nuove), in cui il poeta fonde la leggenda della fine del re goto nel vulcano con la materia nibelungica. Nel ’900 la tradizione teodericiana è ripresa sia nella letteratura per ragazzi – il caso della scrittrice austriaca Auguste Lechner (1905–2000) è emblematico – sia in quella contemporanea. Anche nelle arti visive la leggenda teodericiana è spesso oggetto di rielaborazione: oltre alle frequenti illustrazioni presenti nella tradizione manoscritta e a stampa, essa è visibile anche nel patrimonio dei beni culturali. Una delle testimonianze più significative è la statua scolpita nel 1907: il monumento, dopo varie vicissitudini, oggi collocato in piazza Silvius Magnago a Bolzano, raffigura Teoderico mentre sovrasta il re dei nani Laurino, segno che la leggenda continua a suscitare interesse e fascinazione.